PERCHÉ CI ABBUFFIAMO QUANDO SIAMO SOLI

Persona davanti al frigorifero aperto di notte mentre cerca cibo senza avere fame
La fame emotiva spesso nasce nei momenti di solitudine, anche senza un reale bisogno di cibo.

APRI IL FRIGORIFERO… MA NON SAI COSA STAI CERCANDO

Vi capita mai di aprire il frigorifero o la dispensa, guardarci dentro per qualche secondo… e poi richiudere tutto con una sensazione di frustrazione?

A me succede.

Mi capita di aprire il frigorifero senza sapere davvero cosa sto cercando. Resto lì qualche secondo, guardo, richiudo e me ne vado quasi infastidita.

Mia madre, ogni volta, mi dice:

“Non so cosa pensi di trovarci lì dentro”.

E in effetti ha ragione.

Succede. Succede a tutti.

Ci si sente annoiati, a volte anche tristi o soli. Non è vera fame: lo stomaco non brontola, non c’è bisogno di nutrimento. Magari abbiamo anche appena finito di mangiare.

Eppure, lo sappiamo già come andrà a finire.


NON È FAME, È QUALCOSA CHE SOMIGLIA AL BISOGNO

Quando si è soli, il silenzio pesa un po’ di più. Le distrazioni diminuiscono, i pensieri aumentano, e quel senso di vuoto, anche leggero, diventa più evidente.

In quei momenti, il cibo sembra una soluzione semplice. Non perché risolva davvero qualcosa, ma perché funziona subito.

Dà una sensazione di conforto, riempie il tempo, occupa la mente.

Nella mia esperienza, è proprio questo il punto: non si mangia per nutrirsi, ma per spostare l’attenzione da ciò che si prova.

La letteratura scientifica lo conferma. Diversi studi evidenziano come il cibo venga spesso utilizzato per gestire emozioni come stress, solitudine o noia, soprattutto quando si è soli.

Ad esempio, un approfondimento della Harvard Medical School spiega come lo stress e gli stati emotivi negativi possano spingere a mangiare di più, in particolare cibi ad alto contenuto calorico, perché attivano meccanismi di ricompensa nel cervello


IL MOMENTO IN CUI “SCATTA” QUALCOSA

Non succede all’improvviso. C’è sempre un passaggio intermedio.

Prima c’è una sensazione vaga: noia, stanchezza, magari un pensiero che gira in testa. Poi arriva l’idea del cibo.

E da lì in poi diventa difficile fermarsi.

Non perché manchi la volontà, ma perché il cervello ha imparato che quella è una scorciatoia efficace.

Il problema è che funziona solo nel breve momento. Dopo, spesso, arriva altro.


E INFATTI ARRIVA IL SENSO DI COLPA

Quasi sempre.

Non tanto per quello che si è mangiato, ma per come è successo: velocemente, senza fame, quasi in automatico.

E allora subentra quella sensazione fastidiosa:

“Non dovevo farlo”.

Il punto è che questo meccanismo non aiuta a fermarsi, anzi.

Più ci si giudica, più aumenta il disagio.

E più diventa probabile tornare al cibo per gestirlo.


COSA SI PUÒ FARE, CONCRETAMENTE, QUANDO SUCCEDE

Quando arriva quella spinta a mangiare, il primo impulso è agire subito. Aprire un pacco di biscotti, prendere qualcosa al volo, mangiare quasi senza accorgersene.

In quei momenti non serve imporsi una lotta con sé stessi. Serve piuttosto creare un piccolo spazio tra l’impulso e l’azione.

Alcuni accorgimenti semplici possono aiutare davvero:

NON MANGIARE DALLA CONFEZIONE

Prendere quello che si vuole mangiare e metterlo in una ciotola aiuta a vedere quanto si sta consumando, evitando di perdere il controllo.

RIMANDARE DI QUALCHE MINUTO

Anche solo dieci minuti possono bastare. Non è un divieto, ma un modo per capire se quella voglia resta uguale oppure si attenua. Nel frattempo si può bere un bicchiere d’acqua, uscire un attimo o fare altro.

RIDURRE LE TENTAZIONI IN CASA

Se un alimento è disponibile, prima o poi verrà mangiato. Fare la spesa con una lista, magari a stomaco pieno, aiuta più della forza di volontà.

DARE RITMO ALLA GIORNATA

Saltare i pasti o arrivare troppo affamati a sera rende tutto più difficile. Anche la qualità del sonno incide più di quanto si pensi: diverse ricerche mostrano che dormire poco altera gli ormoni della fame, aumentando il desiderio di cibi più calorici.

PREPARARSI UN’ALTERNATIVA CONCRETA

Non basta dirsi “mi distraggo”. Serve qualcosa di preciso: una passeggiata, una doccia, una telefonata, leggere qualche pagina.

MANGIARE CON PIÙ ATTENZIONE

Sedersi a tavola, senza telefono o computer, permette di rallentare e percepire meglio la sazietà. Non è solo una sensazione: alcune ricerche mostrano che mangiare lentamente favorisce la produzione di ormoni che aiutano a sentirsi sazi prima.

CAMBIARE IL DIALOGO INTERNO

Frasi come “non ho controllo” o “rovino sempre tutto” aumentano solo il disagio. Molto più utile è chiedersi: cosa stavo cercando in quel momento?


IL PUNTO NON È ELIMINARE, MA CAPIRE

Spesso si pensa che la soluzione sia togliere certi cibi o imporsi regole rigide.

In realtà, questo approccio rischia di aumentare ancora di più la tensione.

Il problema non è il cibo in sé, ma il ruolo che assume in certi momenti.

Quando si è soli, il cibo diventa:

  • un modo per riempire il tempo
  • una distrazione
  • una forma di conforto

E finché resta l’unica risposta disponibile, sarà difficile cambiarlo.


UN MODO DIVERSO DI STARE IN QUEI MOMENTI

Forse il punto non è evitare completamente questi episodi, ma iniziare a riconoscerli.

Accorgersi di quando sta succedendo.

Capire cosa c’è sotto.

E, ogni tanto, provare a scegliere qualcosa di diverso.

Ho notato spesso che il cambiamento non arriva da regole drastiche, ma da piccoli spostamenti ripetuti nel tempo.

Come scrive lo psicoterapeuta Giorgio Nardone:

“Il problema non è il cibo, ma il rapporto che costruiamo con esso.”

Ed è proprio da lì che, lentamente, può iniziare a cambiare qualcosa.


SE VUOI APPROFONDIRE

Se questo tema ti riguarda, può essere utile andare un po’ più a fondo, soprattutto per capire meglio il legame tra emozioni e comportamento alimentare.

Tra i libri più utili su questo tema, La dieta paradossale di Giorgio Nardone offre uno sguardo interessante sul rapporto tra controllo e perdita di controllo, mostrando come spesso i tentativi rigidi di gestirsi portino all’effetto opposto.

Un altro riferimento è Vincere le abbuffate di Christopher Fairburn, psichiatra dell’Università di Oxford, che propone un approccio graduale e concreto per interrompere il meccanismo dell’alimentazione impulsiva.

Queste letture aiutano soprattutto a sentirsi meno soli in queste dinamiche e a guardarle con maggiore lucidità.

Ek.

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