Ci sono domande che non nascono per provocare, ma per chiarire, e magari per cercare di trovare un po’ di pace. Questa è una di quelle. Lavorando e studiando tra economia, organizzazione e comportamento umano, ho notato spesso quanto tempo ed energia spendiamo per essere apprezzati, accettati, riconosciuti. Lo facciamo sul lavoro, nelle relazioni, persino nelle scelte quotidiane più piccole.
Ci affanniamo per non far notare una giornata storta, mandiamo giù rospi, a volte enormi, per non far emergere rabbia, stanchezza o frustrazione che temiamo ci farebbero passare per instabili, o peggio, per inadeguati. Ci facciamo venire mal di testa, mal di stomaco, passiamo notti insonni, piuttosto che mostrare una parte di noi giudicata “non socialmente accettabile”.
Eppure, se proviamo a guardare la vita da un punto di vista più ampio, emerge una discrepanza difficile da ignorare: alla fine, le persone che contano davvero sono poche. Molto poche.
La cosiddetta teoria del funerale nasce proprio da qui.
UNA DOMANDA CHE METTE A FUOCO LE PRIORITÀ
In cosa consiste esattamente questa teoria? È più semplice di quanto sembri. Consiste nell’immaginare il proprio funerale e chiedersi quante delle persone che cerchiamo di impressionare ogni giorno verrebbero davvero. E, soprattutto, quante piangerebbero sinceramente la nostra perdita.
Quante verrebbero se il tempo fosse brutto.
Quante troverebbero comunque il modo di esserci, nonostante il lavoro e gli impegni.
E quante, invece, non farebbero nessuno sforzo reale.
Non è un esercizio cupo, ma un modo diretto per osservare la realtà senza filtri. Quando spariscono ruoli, performance, reputazione e immagine pubblica, restano solo i legami che hanno avuto un peso reale. La domanda non è quante persone conosciamo, ma quante sarebbero davvero toccate dalla nostra assenza.
Questo semplice spostamento di prospettiva mette in crisi molte abitudini consolidate, soprattutto quella, molto diffusa, di voler piacere a tutti.
LA METAFORA DEL FUNERALE E IL SUO SIGNIFICATO PROFONDO
La forza di questa metafora sta nel fatto che riduce il rumore di fondo. Nella vita quotidiana siamo immersi in aspettative, giudizi e confronti continui. Ci preoccupa come veniamo in foto, cosa penserà la gente se ci vede piangere, ridere fino alle lacrime o perdere il controllo per un momento. Per molti, l’idea stessa di essere visti così è fonte di forte disagio.
Il funerale, invece, è un momento simbolico in cui tutto questo si dissolve. Restano le relazioni profonde, quelle costruite nel tempo, spesso lontano dagli sguardi e dai palcoscenici sociali. Le persone che magari ti hanno visto fragile, stanco, arrabbiato, incoerente, e sono rimaste comunque lì, al tuo fianco.
Questa metafora non parla di solitudine, ma di essenzialità.
I LIMITI NATURALI DELLE RELAZIONI UMANE
Un aspetto che raramente viene considerato è che non siamo progettati per sostenere un numero illimitato di relazioni significative. Le ricerche sull’organizzazione sociale mostrano che il nostro cervello è in grado di gestire solo un numero ristretto di legami profondi e stabili. Il resto sono relazioni funzionali, di contesto, spesso temporanee.
Il nostro tempo, la nostra attenzione e la nostra energia emotiva sono risorse finite. Pretendere di essere sempre presenti, disponibili e apprezzati da tutti significa ignorare questi limiti. Nella pratica, questo porta a un sovraccarico emotivo che non rafforza i legami, ma li rende più fragili e superficiali.
Un esercizio semplice, ma spesso rivelatore, è fermarsi un momento, respirare e visualizzare le persone che contano davvero. Quelle per cui saremmo disposti a fare uno sforzo concreto, e che farebbero lo stesso per noi. Probabilmente sono poche. Ed è normale che sia così.
QUANDO VISIBILITÀ E VALORE VENGONO CONFUSI
Viviamo in un contesto che premia la visibilità. Essere visti, notati, confermati diventa facilmente sinonimo di valere. Ma visibilità e valore non coincidono. Molte relazioni sono frequenti ma leggere, basate sulla presenza più che sulla profondità. Altre sono rare, silenziose, ma decisive nei momenti in cui conta davvero.
Qui è importante chiarire un punto: essere se stessi non significa fare ciò che si vuole senza limiti. Non significa ignorare regole, contesti o responsabilità. Non significa mancare di rispetto sul lavoro, infrangere norme sociali o confondere autenticità con impulsività.
Essere se stessi, in modo maturo, significa imparare a scegliere quando adattarsi e quando no, senza annullarsi. Significa rispettare i contesti senza rinnegare completamente ciò che siamo. È una forma di equilibrio, non di ribellione.
PIACERE A TUTTI COME STRATEGIA AD ALTO COSTO
Dal punto di vista economico e organizzativo, cercare di piacere a tutti è una strategia inefficiente. Richiede continui adattamenti, compromessi e rinunce, spesso senza un reale ritorno in termini di benessere o relazioni solide.
Chi investe molte energie per non deludere nessuno finisce spesso per deludere se stesso. Il costo emotivo si manifesta presto: insonnia, tensioni muscolari, irritabilità costante, difficoltà di concentrazione, stanchezza cronica, somatizzazioni come mal di testa o disturbi gastrointestinali. Il corpo, prima o poi, segnala che qualcosa non sta funzionando.
Il beneficio, invece, è sorprendentemente basso.
IL PARADOSSO DELL’ACCONDISCENDENZA
C’è un paradosso poco evidente: più cerchiamo di essere accettati da tutti, più rischiamo di perdere definizione. L’assenza di confini chiari rende le relazioni meno autentiche e, nel lungo periodo, meno stabili.
Questo non significa essere irrispettosi verso un capo, un docente o un’autorità. Significa poter esprimere un limite, un dubbio o un dissenso in modo civile e responsabile. Le relazioni che resistono nel tempo non sono quelle prive di attriti, ma quelle capaci di reggere anche un confronto sincero.
LA PAURA DI ESSERE DIMENTICATI
Alla radice del bisogno di piacere c’è spesso una paura profonda: quella di non contare, di essere dimenticati. Non è una debolezza personale, ma una componente umana universale. L’avvento dei social network ha amplificato questa paura, trasformando il riconoscimento in qualcosa di immediato, misurabile e continuamente confrontabile.
La consapevolezza della finitezza spinge molti a cercare conferme costanti. La metafora del funerale non elimina questa paura, ma la ridimensiona, riportandola entro confini più realistici e gestibili.
COSA RESTA QUANDO TUTTO IL RESTO SI FERMA
Quando immaginiamo il momento finale, emergono con chiarezza alcune evidenze. Non restano i successi esibiti, né le approvazioni superficiali. Restano poche relazioni, costruite con pazienza e reciprocità.
Questo non rende la vita più povera, ma più leggibile. Forse il problema non è che al funerale ci siano poche persone, ma che viviamo come se dovessero essere molte.
SPOSTARE LO SGUARDO: DA PIACERE A TUTTI A CONTARE PER QUALCUNO
La teoria del funerale non invita a chiudersi o a disinteressarsi degli altri. Invita a scegliere con maggiore consapevolezza dove investire tempo, energie ed emozioni. Piacere a tutti è un obiettivo irrealistico; contare davvero per qualcuno è un obiettivo umano e raggiungibile.
Accettare questo spostamento di prospettiva non semplifica tutto, ma rende il percorso più onesto. E spesso, anche più leggero.
Come diceva Epitteto,
“Se vuoi essere invincibile, renditi indipendente dal giudizio di chi non conta.”
Ek.
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