Ti è mai capitato di raggiungere un obiettivo importante e provare più sollievo che soddisfazione?
Magari hai studiato, lavorato con disciplina, superato ostacoli concreti. Eppure, invece di pensare “me lo sono proprio meritato”, hai pensato “è stata solo fortuna”. Ho incontrato molte persone competenti che, nonostante risultati oggettivi e riconoscimenti tangibili, faticavano a riconoscere il proprio valore. Molti sono estremamente severi con se stessi, più di quanto lo sarebbero con chiunque altro.
La sindrome dell’impostore non è quindi solo una fragilità individuale, ma anche il riflesso di un contesto culturale ed economico che amplifica il confronto, la pressione alla performance e la paura di non essere abbastanza.
Non si tratta di un fenomeno raro. Una meta-analisi pubblicata nel 2020 sul Journal of General Internal Medicine, che ha analizzato 62 studi, ha rilevato che tra il 9% e l’82% delle persone sperimenta nel corso della vita sintomi riconducibili alla sindrome dell’impostore. Una forbice ampia, dovuta agli strumenti di misurazione utilizzati, ma sufficiente a dimostrare quanto il fenomeno sia diffuso.
E il paradosso è proprio questo: più aumentano competenze e responsabilità, più può crescere la sensazione di non essere all’altezza. Vediamo perché accade, e come imparare a riconoscere il proprio valore senza perdere senso critico.
COME CI SI SENTE DAVVERO: L’ESPERIENZA PSICOLOGICA INTERIORE
La sindrome dell’impostore non è semplice modestia. È una tensione costante tra ciò che si è dimostrato di saper fare e ciò che si teme di non essere.
Si manifesta con ansia prima di una valutazione, difficoltà ad accettare complimenti, paura di essere “scoperti”, tendenza ad attribuire i successi alla fortuna e gli errori a incapacità personali. Il meccanismo è chiaro: il successo viene esternalizzato, l’errore internalizzato.
ESEMPIO CONCRETO
Se dopo una promozione pensi “è stato solo un caso”, prova a fermarti e scrivere tre prove oggettive del contrario: risultati misurabili, responsabilità già gestite, feedback ricevuti. Non si tratta di autocelebrarsi, ma di riportare equilibrio tra percezione ed evidenza.
COME CAPIRE SE È SINDROME DELL’IMPOSTORE
Non si tratta di un’autodiagnosi clinica, ma esistono segnali ricorrenti che possono aiutare a riconoscere il fenomeno. Se ti ritrovi spesso in queste situazioni, potresti sperimentare la sindrome dell’impostore:
- Attribuisci i tuoi successi alla fortuna o a fattori esterni. Dopo un risultato importante pensi: “È stato un caso”, “Chiunque avrebbe potuto farlo”, “Non ho fatto nulla di speciale”.
- Temi di essere “smascherato”. Anche quando sei preparato, vivi nuove responsabilità con l’ansia che prima o poi qualcuno scopra che non sei davvero competente come sembri.
- Non riesci a goderti i traguardi raggiunti. Ogni successo diventa subito lo standard minimo e l’attenzione si sposta immediatamente su ciò che manca ancora.
ESEMPIO CONCRETO
Se ti riconosci in almeno due di questi indicatori, prova per un mese a monitorare i pensieri che emergono dopo ogni piccolo successo. Scrivi la prima frase che ti viene in mente. Se tende a sminuire il risultato, riformulala in modo più equilibrato e aderente ai fatti.
IL CONTESTO ECONOMICO: L’INSICUREZZA STRUTTURALE
Secondo il World Economic Forum – Future of Jobs Report 2023, il mercato del lavoro richiede aggiornamento continuo e adattabilità permanente. Le competenze cambiano rapidamente, le carriere sono meno lineari e più esposte all’incertezza.
In un contesto simile, la sensazione di non essere mai abbastanza preparati può diventare strutturale. Quando il sistema economico trasmette il messaggio che bisogna essere sempre pronti, aggiornati e competitivi, il dubbio personale trova terreno fertile.
ESEMPIO CONCRETO
Se ti senti costantemente indietro rispetto alle competenze richieste, definisci un obiettivo formativo trimestrale realistico: un corso, un libro specialistico, una certificazione. La percezione di competenza aumenta quando il progresso è misurabile.
SOCIAL MEDIA, CONFRONTO E CULTURA DEL PERSONAL BRANDING
Negli ultimi anni la sindrome dell’impostore è aumentata in visibilità per tre fattori principali: diffusione dei social media, precarietà lavorativa e cultura della performance.
I social amplificano un meccanismo psicologico molto studiato: il confronto sociale ascendente. Tendiamo a confrontarci con chi percepiamo più realizzato di noi. Il problema è che sui social non vediamo la realtà completa, ma una selezione accurata dei momenti migliori.
Vediamo promozioni, viaggi, traguardi, relazioni felici, agende piene. Non vediamo dubbi, fatica, errori, tentativi falliti. Questo crea una distorsione sistematica: la vita degli altri appare piena e lineare, la nostra più ordinaria e frammentata.
Nel tempo può emergere la FOMO, la Fear Of Missing Out, la paura di essere esclusi da esperienze migliori. Non è solo il timore di perdere qualcosa, ma la percezione che gli altri stiano vivendo una versione più intensa e più riuscita della vita.
A livello economico e culturale si aggiunge la spinta al personal branding: non basta essere competenti, bisogna anche mostrarsi tali. Questo trasforma il successo in narrazione pubblica e aumenta la pressione a performare anche fuori dal lavoro.
ESEMPIO CONCRETO
Se noti che dopo aver utilizzato i social ti senti meno competente o meno soddisfatto della tua vita, prova a fare un piccolo esperimento per due settimane. Riduci il tempo di utilizzo quotidiano e osserva come cambia la percezione delle tue giornate. Inoltre, quando scorri un contenuto che ti fa sentire “indietro”, fermati e chiediti: “Sto vedendo il processo o solo il risultato?”. Questa domanda aiuta a ricostruire la realtà completa dietro l’immagine.
PERFEZIONISMO E PAURA DI DELUDERE
Molte persone che sperimentano la sindrome dell’impostore hanno standard molto elevati. Ma dietro questi standard spesso c’è una storia.
La paura di deludere raramente nasce nel presente. Può essere il risultato di un modello interiorizzato fin dall’infanzia. Crescere in ambienti dove il riconoscimento arriva soprattutto attraverso il risultato può portare a legare il valore personale alla performance. Un buon voto, un successo, un comportamento impeccabile diventano segnali di approvazione. L’errore viene percepito come perdita di valore.
Il sistema scolastico, basato su voti e valutazioni, può rafforzare questa associazione tra identità e risultato. Si impara presto che essere “bravi” equivale a ottenere un punteggio alto. Raramente si insegna a distinguere tra chi siamo e ciò che produciamo.
Con il tempo, le aspettative esterne diventano interne. Non temiamo più solo il giudizio degli altri, ma il nostro. Il perfezionismo maladattivo nasce quando l’asticella non è uno stimolo a migliorare, ma una soglia sotto la quale temiamo di perdere valore.
ESEMPIO CONCRETO
Se un errore ti spaventa più per il giudizio che per la sua reale conseguenza, prova a chiederti: “Qual è il danno concreto di questo errore?” e “Il mio valore personale cambia davvero per questo risultato?”. Separare la prestazione dall’identità è un passaggio fondamentale.
RICONOSCERE IL PROPRIO VALORE SENZA PERDERE UMILTÀ
Superare la sindrome dell’impostore non significa eliminare il dubbio. Significa imparare a convivere con esso senza farsene definire.
Accettare un complimento con un semplice “grazie” è un gesto piccolo ma significativo. Documentare i risultati aiuta a costruire una memoria oggettiva dei propri progressi.
ESEMPIO CONCRETO
Una volta al mese annota tre risultati concreti ottenuti. Rileggerli periodicamente aiuta a mantenere proporzione tra giudizio interno e realtà dei fatti.
UNA RIFLESSIONE DI EQUILIBRIO
La sindrome dell’impostore è spesso il prezzo della consapevolezza in una società che premia la performance ma non insegna a interiorizzare il merito.
Essere competenti non significa sapere tutto. Significa assumersi responsabilità, continuare a imparare e riconoscere ciò che si è già costruito.
Come scriveva John Maynard Keynes:
“La difficoltà non sta nelle nuove idee, ma nel fuggire dalle vecchie”.
Anche l’idea di non essere abbastanza può essere una convinzione da rivedere.
Riconoscere il proprio valore non è un atto di vanità. È un atto di equilibrio.
Ek.
RIPRODUZIONE RISERVATA.