CRESCERE ANCORA
A molti, prima o poi, succede di fermarsi e chiedersi: “E adesso?”. Dopo il diploma o la laurea, dopo il primo lavoro, dopo aver costruito una relazione stabile, fatto un viaggio importante o raggiunto un obiettivo che sembrava decisivo, crediamo di aver percorso tutte le tappe principali. E quando arrivano casa e figli, spesso si ha la sensazione che l’elenco sia completo, come se la vita adulta avesse già espresso tutto ciò che poteva offrire.
Nella mia esperienza, questo pensiero arriva in modo silenzioso: non è una crisi improvvisa, ma un dubbio lento. Ci si accorge che, mentre si accompagna la crescita dei figli o si osservano le tappe degli altri, si rischia di smettere di immaginare la propria. Essere genitori è un privilegio, ma non cancella il bisogno profondo di continuare ad avere obiettivi personali, momenti importanti e tappe che parlino di sé come individui.
Oggi esploriamo proprio questo: come riconoscere la sensazione di “fine dei traguardi”, perché non è reale, e come tornare a costruire una vita che cresce insieme a quella delle persone che amiamo, figli compresi.
PERCHÉ SEMBRA CHE NON CI SIANO PIÙ TRAGUARDI
Molti adulti sperimentano la sensazione che, dopo casa e figli, non restino più obiettivi significativi. La psicologia chiama questa percezione “plateau esistenziale”, una fase in cui si crede che i passaggi fondamentali siano terminati e che resti solo la responsabilità verso gli altri.
Succede perché i traguardi più riconosciuti socialmente sono normativi: diploma, carriera, matrimonio, famiglia. Sono tappe condivise, celebrate e visibili. Dopo una certa età, però, questo elenco si interrompe, e ciò che resta è meno definito, meno pubblico e più interiore.
Ma non significa che la crescita sia finita. Significa solo che deve cambiare forma.
COSA DICE LA PSICOLOGIA DELLA VITA ADULTA
Molti studi, tra cui lo Stanford Center on Longevity e la ricerca di Erikson sul ciclo di vita, mostrano che l’età adulta non è un plateau, ma una fase ricchissima di trasformazioni.
Le persone continuano a cambiare, a desiderare, a crescere. E lo fanno soprattutto attraverso progetti personali, nuove competenze, riorganizzazione delle priorità, ricerca di significato e reti sociali più consapevoli.
Il passaggio chiave è questo: dopo i traguardi tradizionali, iniziano quelli interiori. Meno evidenti, ma più profondi.
IL RUOLO DI GENITORE NON DEVE OCCUPARE TUTTO
Quando una persona diventa genitore, l’energia si sposta naturalmente verso i figli. È una forma di generatività, un processo che invita a prendersi cura di qualcun altro. Ma la generatività non chiede di cancellare ciò che eravamo prima: chiede di integrare il nuovo ruolo senza perdere gli altri.
Molti genitori vivono però un conflitto silenzioso: sentono che dedicare tempo a sé stessi è quasi una colpa, come se ogni minuto non speso nella cura dei figli fosse un minuto sottratto al loro benessere. È un pensiero comune, ma anche molto fuorviante. La psicologia familiare e della salute mentale è molto chiara su questo punto: un genitore che si prende cura di sé non sottrae nulla ai figli, anzi dà loro un beneficio diretto.
Gli studi sul parental burnout (Université Catholique de Louvain, 2018) mostrano che chi non ha spazi personali rischia più facilmente stress cronico, irritabilità, distacco emotivo e senso di inadeguatezza. Al contrario, i genitori che mantengono un equilibrio tra cura di sé e cura dei figli mostrano maggiore stabilità emotiva e una qualità relazionale più alta in famiglia.
L’esempio dell’aereo è perfetto per comprendere questo punto: viene chiesto di indossare prima la propria maschera d’ossigeno e solo dopo quella dei figli. Non perché il genitore sia più importante, ma perché un genitore che respira è un genitore che può aiutare. Nella vita quotidiana funziona allo stesso modo: prendersi un’ora per sé, coltivare un interesse, riposare davvero o inseguire un progetto personale non è egoismo, ma manutenzione emotiva.
Un’altra ricerca dell’Harvard Study of Adult Development mostra che i figli crescono meglio quando vedono un adulto che coltiva la propria identità, non quando assistono a chi si annulla. Gli adulti che mantengono spazi personali trasmettono un messaggio fondamentale: si può amare profondamente qualcuno senza smettere di essere sé stessi.
Essere genitori non significa rinunciare alla propria crescita.
Significa mostrare ai figli che la crescita non finisce a vent’anni, e che l’amore non è annullamento, ma presenza sana e completa.
DOPO I FIGLI, QUALI TRAGUARDI?
La maturità porta con sé traguardi diversi, meno “pubblici”, ma psicologicamente fondamentali. Non arrivano più sotto forma di lauree o primi lavori, ma di movimenti interni: una scelta, un interesse che rinasce, un nuovo ritmo.
Ritrovare spazi personali, sviluppare competenze nuove, investire nel benessere mentale, ridisegnare la propria identità o costruire progetti a lungo termine sono traguardi profondi e reali, anche se non sempre riconosciuti dagli altri.
RICONOSCERE LA DOMANDA “E COSA RESTA PER ME?”
Molti genitori, a un certo punto, si chiedono quasi sottovoce: “E adesso cosa resta per me?”. Non è egoismo; è un segnale psicologico naturale che indica un bisogno di individuazione. È il desiderio di sentirsi parte attiva della propria vita, non solo di rispondere alle esigenze altrui.
Il punto non è scegliere tra sé e gli altri.
È imparare a crescere insieme agli altri.
COME RITROVARE TRAGUARDI CHE PARLANO DI SÉ
RALLENTARE E ASCOLTARSI
Rallentare significa concedersi un momento per sentire davvero che cosa manca. Un esempio concreto potrebbe essere prendersi un’ora in un luogo tranquillo, con un quaderno o una tazza di tè, per annotare ciò che negli ultimi mesi ha dato energia e ciò che l’ha tolta. Anche solo riconoscere un desiderio semplice, come tornare a camminare all’aria aperta o riprendere una lettura abbandonata, può diventare un primo gesto di presenza verso sé stessi.
ACCETTARE CHE I TRAGUARDI NON DEVONO ESSERE GRANDI
La vita adulta non richiede imprese straordinarie. A volte bastano piccole costanti. Un esempio può essere iscriversi a un corso online di una disciplina che incuriosisce, come disegno o programmazione, senza la pretesa di diventare esperti. Oppure scegliere di allenarsi due volte a settimana, non per preparare una gara, ma per ricostruire un rapporto sano con il proprio corpo. Sono traguardi discreti, ma profondamente trasformativi.
RIPRENDERE UN PASSO ALLA VOLTA
Quando si sente di aver perso slancio, non serve stravolgere la propria vita. Serve cominciare da un gesto sostenibile. Un esempio molto efficace è dedicare un’ora alla settimana a un progetto personale: scrivere, fotografare, creare qualcosa con le mani. Un’altra possibilità è introdurre una micro-abitudine, come osservare dieci minuti di silenzio al mattino o spegnere il telefono per mezz’ora ogni sera. La continuità di piccoli passi ricostruisce un senso di progresso.
NORMALIZZARE IL TEMPO PERSONALE
Il tempo per sé non è un lusso, è un ingrediente di equilibrio. Un esempio potrebbe essere dichiarare una sera a settimana come “spazio personale”, da vivere in casa o fuori, leggendo, facendo esercizio o semplicemente restando in silenzio. Un altro esempio è organizzare un breve ritiro da soli ogni tanto: una mattina al museo, una colazione in un bar tranquillo, una passeggiata in un parco. Questi momenti non sottraggono nulla alle relazioni: anzi, le migliorano, perché restituiscono una persona più centrata.
DIVENTARE ADULTI MIGLIORI
La vita non smette di offrirci possibilità solo perché abbiamo superato certi traguardi. È piuttosto un invito a cambiare prospettiva: ciò che conta ora non è accumulare tappe, ma scegliere consapevolmente quelle che ci fanno stare bene.
La crescita dei figli, per chi li ha, non è un capitolo separato dalla propria: è un percorso che può procedere insieme alla propria evoluzione, a patto di non dimenticare di nutrire anche la parte adulta che continua a cambiare.
Come scriveva la scrittrice Anaïs Nin: “Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo noi.”
Ek.
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