UNA DOMANDA CHE DISTURBA, MA NON È SBAGLIATA
Viviamo in un’epoca in cui le parole vengono pesate con estrema attenzione e in cui la distinzione netta tra bene e male sembra spesso guardata con sospetto. Dire che qualcuno è “cattivo” appare semplicistico, giudicante, poco empatico. Eppure, davanti a certe storie e a certe esperienze reali, la domanda torna con forza: è ancora possibile dire che i cattivi sono cattivi?
Le favole di un tempo, come Cappuccetto Rosso, non avevano molti dubbi. Il lupo era il lupo, non un animale incompreso con un passato difficile, e per questo si meritava una punizione esemplare. Dopo aver mangiato la nonnina, il cacciatore fu costretto a tagliargli la pancia per tirarla fuori. Un’immagine forte, certo, ma anche chiarissima: le azioni cattive hanno conseguenze.
Quel racconto non cercava di spiegare perché il lupo fosse diventato cattivo, né invitava a compatirlo. Insegnava qualcosa di più immediato e forse più utile: esistono comportamenti che fanno male agli altri e che vanno fermati. Ed è proprio questa chiarezza che ha accompagnato generazioni di bambini nella scoperta del mondo. Oggi, però, ci chiediamo se quel modo di raccontare sia ancora possibile o se rischi di trasmettere messaggi considerati sbagliati o troppo duri.
IL RUOLO DEL CATTIVO NELLE FIABE DI UN TEMPO
Nelle fiabe tradizionali il cattivo non era lì per essere capito, ma per essere riconosciuto. Il lupo, la strega, l’orco rappresentavano un pericolo chiaro, immediato, senza sfumature. Non era una mancanza di profondità narrativa, ma una scelta educativa precisa.
Come spiega la ricerca psicologica di Bruno Bettelheim sulle fiabe tradizionali, le figure del male “puro” aiutano i bambini a dare una forma comprensibile alle paure e ai pericoli reali del mondo. Il cattivo assoluto non serve a insegnare l’odio, ma a costruire una prima bussola morale, semplice e funzionale.
Dire che il lupo è cattivo non significava insegnare a giudicare, ma imparare a stare attenti.
BENE E MALE: UNA DISTINZIONE CHE SI IMPARA PER GRADI
La capacità di cogliere le sfumature morali non nasce subito. Come mostrano gli studi sullo sviluppo morale, nelle prime fasi della crescita il pensiero è necessariamente più binario. Prima si impara a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, poi, con il tempo, si arriva a comprendere le complessità.
Chiedere a un bambino di capire le motivazioni profonde del male prima ancora di aver imparato a riconoscerlo può creare confusione. Non perché i bambini non siano capaci di empatia, ma perché l’empatia senza confini chiari rischia di diventare disorientante.
Prima si costruisce il confine. Poi si può riflettere su cosa c’è dietro.
CAPIRE IL MALE O IMPARARE A DIFENDERSI?
Negli ultimi anni molte riscritture moderne hanno scelto di raccontare il cattivo come una vittima del contesto, segnata da traumi o ingiustizie. Questo approccio ha un valore importante, soprattutto per sviluppare consapevolezza e comprensione delle cause del comportamento umano.
Il problema nasce quando questa prospettiva viene anticipata rispetto alla capacità di riconoscere il pericolo. Capire perché qualcuno è cattivo è un esercizio complesso, che richiede strumenti emotivi maturi. Ma nella vita reale non sempre c’è il tempo o lo spazio per questa analisi.
In certi momenti, la priorità non è capire, ma proteggersi.
IL RISCHIO DI ARRIVARE IMPREPARATI
Il rischio di arrivare impreparati nasce quando la comprensione viene insegnata prima del riconoscimento del pericolo. Se abituiamo a pensare che dietro ogni comportamento ci sia sempre qualcosa da capire, potremmo dimenticare che, in alcune situazioni, la cosa più importante è mettere distanza.
Un esempio concreto: una persona che sul lavoro o nelle relazioni personali mette in atto comportamenti aggressivi, manipolatori o intimidatori. Se il primo impulso è sempre quello di giustificare, di spiegare, di aspettare che le cose migliorino, si rischia di restare troppo a lungo in una situazione dannosa. Non per mancanza di intelligenza o empatia, ma per assenza di confini chiari.
Le favole servivano anche a questo: a insegnare che quando il lupo mostra i denti, non è il momento di chiedersi cosa lo abbia reso così, ma di allontanarsi. La riflessione può venire dopo, quando si è al sicuro. Senza questa sequenza, la comprensione rischia di trasformarsi in esposizione al pericolo.
POLITICALLY CORRECT E NARRAZIONE: A CHI STIAMO PARLANDO?
Il nodo centrale non è stabilire se il politically correct sia giusto o sbagliato, ma chiedersi a chi stiamo parlando. Negli ultimi anni, soprattutto nei film e nei cartoni animati, i cattivi “veri” sono quasi scomparsi. Al loro posto troviamo antagonisti pieni di fragilità, traumi e buone ragioni.
Basta pensare a molte produzioni recenti della Disney, dove il conflitto non nasce più da un male esterno e riconoscibile, ma da equivoci, incomprensioni o sistemi sbagliati. Il cattivo, quando c’è, è spesso una vittima del contesto. Questo tipo di narrazione può essere interessante per un pubblico adulto, capace di coglierne le sfumature, ma per un bambino può risultare meno chiara.
Non è un caso che la stessa Disney stia attraversando una fase di difficoltà anche narrativa: quando nessuno è davvero cattivo, diventa più difficile costruire tensione, crescita e senso del pericolo. Le storie perdono forza e, paradossalmente, anche funzione educativa.
La domanda allora non è se sia sbagliato raccontare cattivi assoluti, ma per chi e in quale fase della crescita. Una storia che funziona per spiegare il mondo a un adulto non è necessariamente quella giusta per aiutare un bambino a orientarsi e a proteggersi.
UNA LEZIONE CHE VA OLTRE LE FIABE
Forse la vera lezione sta nel tenere insieme due livelli diversi. Da una parte, è giusto interrogarsi sulle cause del male e sulle responsabilità collettive. Dall’altra, è altrettanto giusto imparare che esistono comportamenti e persone da cui è necessario proteggersi, senza sentirsi in colpa per questo.
Prima impariamo a riconoscere il lupo. Poi, se e quando siamo pronti, possiamo chiederci perché è diventato tale.
Come scriveva la filosofa e teorica politica del Novecento Hannah Arendt:
“Comprendere non significa giustificare, ma guardare in faccia la realtà senza illusioni.”
Forse, anche oggi, dire che i cattivi sono cattivi non è un passo indietro. Può essere, semplicemente, un modo per non arrivare impreparati.
Ek.
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