NATALITÀ IN CALO: CONTROLLO DEI COMPORTAMENTI O SUPPORTO REALE ALLE FAMIGLIE?

Confronto tra una vita urbana compressa e una vita quotidiana più sostenibile, che mostra come le condizioni di lavoro, tempo e spazio influenzino le scelte di vita e la natalità.
In quale dei due contesti sarebbe più facile immaginare un progetto di vita?

È in atto una trasformazione demografica globale che riguarda tutti, anche se spesso facciamo fatica a riconoscerla come tale. Intorno a questo tema circolano molte notizie eclatanti, a volte semplificate, altre volte decisamente fuorvianti. Negli ultimi mesi lo abbiamo visto con la Russia che “spegne Internet la sera per aumentare la natalità” e con la Cina che rende più costosi i contraccettivi per spingere le coppie a fare figli.

Sono racconti che colpiscono perché chiamano in causa comportamenti quotidiani, abitudini intime, scelte personali. Funzionano perché suggeriscono che, se nascono meno bambini, allora debba esserci qualcosa di concreto da correggere: meno schermi, meno distrazioni, meno libertà nelle scelte individuali. Sembrano offrire una spiegazione semplice a un problema che semplice non è.

Nella mia esperienza di studio e lavoro tra economia, organizzazione e analisi dei comportamenti, ho notato spesso che quando un fenomeno diventa difficile da governare, la tentazione è cercare una causa visibile e immediata. Qualcosa da indicare, correggere, limitare. Ma la demografia, come l’economia, raramente funziona in modo lineare.


UNA NOTIZIA CHE FA RUMORE, UNA SCELTA DI POLITICA PUBBLICA

Notizie come quelle sulla Russia o sulla Cina non sono interessanti solo per ciò che raccontano, ma per ciò che rivelano. Mostrano una strategia che si ripete: di fronte al calo delle nascite, molti governi cercano di intervenire sui comportamenti individuali, sulle abitudini private, sulla sfera più intima delle persone.

Limitare Internet, rendere più costosa la contraccezione, indicare negli stili di vita il problema da correggere sono risposte diverse alla stessa domanda: come si fa ad aumentare la natalità? E soprattutto, dove si sceglie di intervenire?

Il punto non è stabilire se queste misure funzionino davvero, ma capire che idea di natalità e di famiglia c’è dietro. Si parte spesso dal presupposto che le persone non facciano figli perché sbagliano qualcosa, perché rimandano troppo, perché si distraggono, perché fanno scelte considerate troppo individuali.


LA RUSSIA E L’IDEA DI SPEGNERE INTERNET LA SERA

In Russia non esiste una politica nazionale che preveda lo spegnimento di Internet per favorire le nascite. Esistono però proposte e dichiarazioni di singoli esponenti politici che suggeriscono limitazioni serali dell’accesso alla rete per le giovani coppie, con l’idea che meno schermi significhi più tempo insieme e quindi più figli.

Questa impostazione è significativa perché sposta l’attenzione dai fattori strutturali – reddito, casa, lavoro, servizi – ai comportamenti privati. Il messaggio implicito è chiaro: se non fate figli, è perché vi distraete troppo.

È una spiegazione intuitiva, ma comoda. E soprattutto poco supportata dai dati.


SMARTPHONE, INTIMITÀ E UN CAPRO ESPIATORIO COMODO

È vero che diversi studi mostrano come un uso eccessivo degli smartphone possa incidere sul benessere psicologico e sulla qualità delle relazioni. In alcuni casi si parla di minore attenzione reciproca, stanchezza mentale, interferenze nella vita di coppia.

È però importante chiarire un punto spesso trascurato: il calo della natalità riguarda soprattutto la fascia d’età tra i 25 e i 40 anni, cioè le persone che si trovano nel pieno delle scelte lavorative, abitative e familiari. Non sono i giovanissimi, pur più immersi negli schermi, a determinare direttamente il numero delle nascite.

Ed è proprio qui che serve precisione. Non esistono evidenze scientifiche che colleghino direttamente l’uso dei social al crollo della natalità. Anche dove si osserva una riduzione dell’attività sessuale, le cause principali individuate sono altre: ansia, precarietà economica, difficoltà relazionali, incertezza sul futuro.

Gli smartphone entrano nel quadro come fattore di contesto, non come causa determinante. Spesso si confonde causa ed effetto: non è la tecnologia a rendere la vita più instabile, ma è l’instabilità a rendere più attraenti forme di distrazione e compensazione.


LA CINA E IL CAMBIO DI STRATEGIA SUI CONTRACCETTIVI

Il caso cinese è diverso e più concreto. Dal 2026 la Cina introdurrà l’IVA sui contraccettivi, eliminando un’esenzione fiscale che era in vigore da decenni. Non si tratta quindi di un semplice aumento di tasse, ma dell’introduzione di una tassazione dove prima non c’era.

La decisione di introdurre una tassazione sui contraccettivi non è una voce o una semplificazione mediatica, ma un cambiamento confermato da fonti giornalistiche internazionali, che segna un passaggio netto rispetto alle politiche demografiche del passato. Per molto tempo lo Stato aveva incentivato la contraccezione per limitare le nascite. Oggi, con una popolazione che invecchia rapidamente e una natalità in forte calo, la strategia si ribalta.

Il prezzo diventa una leva per orientare le scelte individuali.


CINA E ITALIA: STESSO RISULTATO, MOTIVAZIONI DIVERSE

Dal punto di vista pratico, il risultato finale può sembrare simile a quello italiano: anche in Italia molti contraccettivi sono soggetti all’IVA ordinaria. La differenza, però, è sostanziale.

In Italia la tassazione non nasce come strumento di politica demografica. È una neutralità fiscale, non una scelta esplicita per orientare le nascite. In Cina, invece, la tassazione arriva dopo una lunga fase di esenzione e rappresenta un cambio dichiarato di strategia.

La differenza non è nel prezzo, ma nell’intenzione politica che sta dietro alla misura.


DIRITTI RIPRODUTTIVI E SCELTA INDIVIDUALE

Tassare i contraccettivi non equivale a vietarli. Ma ne aumenta il costo, e questo incide in modo diverso a seconda del reddito, dell’età, della condizione sociale. Dopo decenni di politiche coercitive sul controllo delle nascite, ogni intervento che renda più difficile evitare una gravidanza riapre in Cina una questione sensibile.

Fino a che punto lo Stato può spingersi nel condizionare le scelte riproduttive? È una domanda che non riguarda solo la Cina, ma tutte le società che cercano di governare la demografia senza intervenire sulle condizioni di vita reali.


LE POLITICHE CHE SEMBRANO FUNZIONARE DAVVERO

Quando si osservano i Paesi che riescono almeno a contenere il calo delle nascite, emerge un elemento ricorrente: non agiscono sui comportamenti privati, ma sulle condizioni strutturali della vita quotidiana.

Come mostrano gli studi del professor Robin Dunbar dell’Università di Oxford, le persone non prendono decisioni importanti in astratto, ma all’interno di limiti molto concreti di tempo, energia e relazioni. È per questo che le condizioni di vita contano più delle intenzioni.

L’idea di fondo non è convincere le persone a fare figli, ma rendere quella scelta meno penalizzante dal punto di vista economico, lavorativo e organizzativo.

Un esempio interessante arriva dal Giappone, dove alcune amministrazioni locali e il settore pubblico hanno introdotto la settimana lavorativa di quattro giorni. L’obiettivo non è direttamente “fare più figli”, ma ridurre l’esaurimento lavorativo e restituire tempo alla vita privata, in un Paese in cui lavoro eccessivo e stress sono da anni tra le principali cause del rinvio della genitorialità.

Un’altra strada viene dai Paesi nordici. In Svezia il sistema di congedo parentale esteso e flessibile consente non solo ai genitori, ma anche ad altre figure familiari, come i nonni, di prendersi cura dei bambini nei primi anni di vita. Questo riduce il carico organizzativo sulle coppie e rende la genitorialità più compatibile con il lavoro.

Anche l’Islanda ha adottato politiche avanzate sul fronte dei congedi, puntando su un equilibrio reale tra madri e padri. Parte del congedo è riservata obbligatoriamente ai padri, con l’obiettivo di redistribuire il lavoro di cura e ridurre il costo di carriera associato alla maternità.

Questi esempi hanno un punto in comune: non chiedono alle persone di cambiare chi sono, ma cambiano il contesto in cui le decisioni vengono prese. Servizi per l’infanzia accessibili, tempi di lavoro più umani e una condivisione reale della cura incidono molto più di qualsiasi tentativo di correzione dei comportamenti privati.

Fare figli diventa possibile quando non significa rinunciare a tutto il resto.


L’ITALIA: MOLTE MISURE, UN PROBLEMA ANCORA APERTO

Anche in Italia le politiche familiari non mancano. L’assegno unico, i bonus e alcune agevolazioni fiscali hanno migliorato il sostegno economico alle famiglie e attenuato parte dei costi legati alla genitorialità.

I dati ISTAT, però, mostrano che la natalità continua a scendere. Questo suggerisce che il problema non sia l’assenza di interventi, ma la loro capacità di incidere davvero sulle condizioni di vita. Le misure attuali aiutano a reggere l’urto, ma non modificano in modo strutturale lavoro, casa, servizi e stabilità, che restano i nodi principali.

Senza un cambiamento su questi fronti, il desiderio di avere figli resta fragile, anche quando gli incentivi economici sono presenti.


CONTROLLARE I COMPORTAMENTI O SOSTENERE LE PERSONE?

Alla fine, il nodo è tutto qui. È più semplice intervenire sui comportamenti individuali, colpevolizzare stili di vita, limitare, tassare, correggere. È molto più complesso – e costoso – rendere la vita con figli compatibile con l’economia e l’organizzazione sociale contemporanea.

Ma la demografia non si governa con scorciatoie. La natalità cresce dove le persone sentono di poter scegliere davvero, non dove vengono spinte o indirizzate indirettamente.

Come ricordava Amartya Sen, economista e filosofo,

“Lo sviluppo non consiste nel restringere le scelte, ma nell’ampliarle.”

Ek.

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