LEZIONE DAI PERSONAGGI PIXAR: L’ARTE DI SBAGLIARE BENE

Scrivania creativa disordinata con schizzi a matita, fogli di storyboard, matite, post-it e tazza di caffè illuminati da luce calda
Ogni idea nasce imperfetta: il valore sta nel processo, non nella prima versione.

PERCHÉ PIXAR NON È SOLO UN CARTONE ANIMATO

Quando pensiamo a Pixar, pensiamo a film che funzionano, storie che emozionano, personaggi che restano impressi. Da grande amante della Disney e della Pixar, ricordo bene ogni film: molti hanno accompagnato la mia infanzia e a loro ho legato alcuni dei ricordi più belli. È questo che viene in mente a molti di noi quando si nomina Pixar. Toy Story prima di tutto, ma anche Monsters & Co., Gli Incredibili e tante altre storie che sono entrate a far parte della nostra memoria.

Quello che vediamo sullo schermo, però, è solo l’ultimo passo di un processo molto più caotico e imperfetto di quanto immaginiamo. Dietro a quei film non c’è magia improvvisa, ma una cultura del lavoro costruita sull’idea che sbagliare non sia un incidente, bensì una fase necessaria del percorso.

Pixar è diventata un caso di studio non perché evita gli errori, ma perché ha imparato a gestirli, ad attraversarli e a usarli per migliorare. Ed è proprio questa la lezione più interessante: ciò che ha funzionato nel mondo dell’animazione può dire molto anche a chi, nella vita e nel lavoro, è chiamato a creare, decidere e crescere.

ALL’INIZIO, TUTTI I FILM FANNO SCHIFO

Quando si dice che all’inizio tutti i film Pixar “fanno schifo”, non si tratta di una provocazione, ma di una constatazione espressa più volte da Ed Catmull, cofondatore dello studio. Con questa espressione volutamente forte, Catmull spiega che la prima versione di una storia è quasi sempre debole: le trame non funzionano, i personaggi sono piatti, il ritmo è sbagliato. Non perché manchi talento, ma perché è così che nascono i progetti creativi complessi.

È successo anche ai film più amati. Toy Story, per esempio, nella sua prima versione aveva personaggi antipatici e una narrazione confusa, tanto da costringere il team a fermarsi e riscrivere quasi tutto. Anche RatatouilleUp e Inside Outhanno attraversato fasi di profonda revisione prima di diventare i film che conosciamo oggi.

In Pixar questo non viene vissuto come un fallimento, ma come il punto di partenza naturale del processo. L’idea iniziale non deve essere perfetta, deve solo essere abbastanza buona da poter essere migliorata. Pretendere che funzioni subito significherebbe bloccarla prima ancora che possa evolvere.

STEVE JOBS E IL CORAGGIO DI NON BLOCCARE TROPPO PRESTO

Steve Jobs è spesso raccontato come un perfezionista ossessivo. E lo era. Ma in Pixar il suo contributo più importante non è stato imporre controllo creativo, bensì proteggere il tempo necessario perché le idee maturassero.

Jobs aveva capito una cosa fondamentale: la qualità non nasce dall’assenza di errori, ma dalla possibilità di attraversarli senza esserne travolti. Per questo ha accettato costi più alti, tempi più lunghi e continui cambi di direzione. Il vero rischio, ai suoi occhi, non era sbagliare, ma chiudere una strada troppo presto solo perché non stava funzionando subito.

È una lezione potente anche fuori dal cinema. Quante volte interrompiamo un progetto, uno studio o una scelta personale perché “non dà risultati immediati”, senza concedergli il tempo di trasformarsi?

ED CATMULL E I SISTEMI CHE PROTEGGONO LE PERSONE

Se Jobs ha protetto il processo, Ed Catmull ha costruito la cultura. Il suo punto di partenza è semplice ma radicale: se le persone hanno paura di sbagliare, smettono di dire la verità.

In ambienti in cui l’errore viene punito, i problemi non emergono. Vengono nascosti, rimandati, mascherati. Pixar ha cercato di fare l’opposto, separando con decisione l’errore dal valore della persona. Criticare un’idea non significa criticare chi l’ha proposta. È una distinzione sottile, ma decisiva.

Questo approccio ha permesso ai team di parlare apertamente di ciò che non funzionava, senza difendere progetti solo per orgoglio o paura. E ha reso possibile un miglioramento continuo, non perché tutti fossero infallibili, ma perché nessuno era costretto a fingere di esserlo.

SBAGLIARE BENE NON SIGNIFICA SBAGLIARE A CASO

C’è però un equivoco da chiarire. Pixar non celebra l’errore in sé. Non dice che sbagliare è sempre positivo o che basta accumulare tentativi per arrivare a un buon risultato. L’errore ha valore solo se è inserito in un sistema che permette di imparare.

Sbagliare senza metodo è caos. Sbagliare con confronto, feedback e revisione è crescita. La differenza non sta nell’errore, ma in ciò che succede dopo. Ripetere sempre lo stesso errore non è esperienza. È abitudine.

COSA POSSIAMO IMPARARE NEL LAVORO E NELLA VITA

La lezione Pixar diventa davvero interessante quando la portiamo fuori dallo schermo e la applichiamo al lavoro e alla vita quotidiana. Spesso pretendiamo da noi stessi di funzionare subito: un nuovo lavoro in cui dovremmo essere competenti dal primo giorno, un progetto che dovrebbe dare risultati immediati, una scelta personale che non ammette ripensamenti. Quando questo non accade, tendiamo a interpretarlo come un segnale di fallimento.

Pixar mostra l’opposto. Un progetto che all’inizio non funziona non è necessariamente sbagliato, ma incompleto. Lo stesso vale per molte situazioni reali. Un lavoro che parte in modo confuso, una collaborazione che fatica a trovare equilibrio, un percorso di studio che sembra non decollare possono migliorare solo se c’è spazio per correggere e rivedere. Il problema nasce quando l’errore viene vissuto come una colpa personale invece che come un’informazione utile.

Nella mia esperienza ho notato spesso che le persone più bloccate non sono quelle che sbagliano di più, ma quelle che cercano di non sbagliare mai. Questo le porta a restare ferme, a rimandare, a scegliere sempre la strada apparentemente più sicura. Al contrario, chi accetta che le prime versioni saranno imperfette tende a muoversi, a fare tentativi, a migliorare strada facendo.

Sbagliare bene, nel lavoro e nella vita, significa concedersi il diritto di non avere subito la versione definitiva di sé, di un’idea o di un progetto. Significa costruire contesti – anche interiori – in cui l’errore non chiude le porte, ma le apre.

UNA LEZIONE CHE VA OLTRE I FILM

Pixar non insegna solo come fare bei film. Insegna come costruire ambienti in cui le persone possano crescere senza essere schiacciate dalla paura di fallire. Questo vale per un team di lavoro, per uno studio personale, ma anche per le scelte quotidiane.

Sbagliare bene non significa accontentarsi, ma darsi il tempo di migliorare.

Come diceva Aristotele:

“Siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, dunque, non è un atto ma un’abitudine.”

Forse è proprio questo il cuore della lezione Pixar: l’eccellenza non nasce dall’assenza di errori, ma dalla capacità di attraversarli con intelligenza, metodo e umanità.

Ek.

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