Entrare oggi nel mondo del lavoro è diventato un percorso lungo e spesso frustrante. Sempre più persone si trovano ad affrontare una sequenza di colloqui prima di arrivare a una reale possibilità di assunzione, con decine di candidati in competizione per un solo posto. Il mercato è affollato, il potere contrattuale è sbilanciato e chi cerca lavoro ha, nella pratica, pochissimo margine di scelta.
Ho notato spesso come questa condizione porti ad accettare situazioni che non si condividono davvero, non per convinzione ma per necessità. Il lavoro smette così di essere uno strumento di autonomia e diventa una continua prova di adattamento, in cui si rinuncia progressivamente a negoziare tempi, spazi e tutele.
QUANDO IL LAVORO DIVENTA UNA PROVA DI RESISTENZA
Distanze eccessive tra casa e lavoro, trasferimenti non sempre desiderati, orari lunghi e poco sostenibili, assenza di benefit essenziali come il buono pasto, retribuzioni molto basse mascherate da stage o apprendistati. A tutto questo si aggiunge una cultura lavorativa che tende a normalizzare il sacrificio continuo, come se avere una vita fuori dal lavoro fosse un segnale di scarso impegno.
Questa percezione non è solo individuale. Numerose ricerche mostrano che il superamento sistematico delle quaranta ore settimanali è associato a un peggioramento della salute fisica e mentale. Stress cronico, disturbi del sonno e affaticamento diventano conseguenze prevedibili quando il carico di lavoro è strutturalmente eccessivo e non lascia spazio al recupero.
Ho approfondito questo tema anche osservando cosa accade nel lungo periodo, quando il lavoro smette di essere temporaneamente intenso e diventa una condizione stabile, soprattutto dopo una certa età.
IL FALSO DIBATTITO SUL LAVORO FESTIVO
In questo contesto, il dibattito sull’apertura delle attività commerciali nei giorni festivi rischia di spostare l’attenzione dal nodo centrale. La questione non è stabilire se sia giusto o sbagliato lavorare la domenica o durante le festività, ma a quali condizioni quel lavoro viene svolto.
Lavorare nei festivi non è una novità né un’eccezione. Esistono settori come la sanità, la ristorazione, i trasporti, le forze dell’ordine, il turismo o i servizi notturni, che per loro natura richiedono continuità operativa. Una società moderna non può funzionare esclusivamente dal lunedì al venerdì.
Il problema nasce quando il lavoro festivo non è accompagnato da un riconoscimento economico adeguato, da una gestione equa dei turni e dalla possibilità reale di recuperare tempo personale.
RETRIBUZIONE, TURNI E STRAORDINARI: IL NODO CENTRALE
Gli studi sul lavoro “non standard” mostrano con chiarezza che il disagio non deriva tanto dal lavorare nei festivi, quanto dalla mancanza di compensazioni e tutele. Quando il lavoro durante le festività non prevede maggiorazioni salariali, riposi programmati o una rotazione equa, diventa semplicemente un’estensione della precarietà.
Lo stesso vale per gli straordinari. Non è solo una questione di fare dieci ore invece di otto, ma di come quelle ore vengono riconosciute. Orari eccessivi e non adeguatamente retribuiti non migliorano la produttività nel lungo periodo e aumentano il rischio di malessere diffuso, assenteismo e turnover.
In molti casi, modelli alternativi come il part-time ben regolato o una distribuzione più equilibrata delle ore risultano più sostenibili sia per i lavoratori sia per le aziende, senza penalizzare l’efficienza.
QUANDO IL TEMPO NON BASTA MAI
C’è poi un aspetto quotidiano, spesso trascurato, che riguarda l’organizzazione della vita fuori dal lavoro. Chi lavora fino alle otto o alle nove di sera ha come unica possibilità fare la spesa dopo quell’orario o nei giorni festivi. Chi lavora anche il sabato trova nella domenica l’unico spazio disponibile per le incombenze personali.
Le ricerche sul bilanciamento tra vita privata e lavoro mostrano come orari rigidi e prolungati riducano drasticamente la possibilità di gestire il tempo in modo equilibrato. In questo scenario, concentrarsi esclusivamente sulle chiusure festive rischia di semplificare eccessivamente una realtà molto più complessa.
UN SISTEMA CHE COLPISCE SEMPRE GLI STESSI
Il mercato del lavoro fatica a cambiare perché poggia su strutture profondamente radicate. Le conseguenze ricadono spesso sulle stesse persone: in particolare sulle donne e sui genitori, che si trovano a sostenere un doppio carico, lavorativo e familiare, in contesti con tutele ancora insufficienti.
Viviamo in un Paese in cui chi chiede condizioni di lavoro più umane viene spesso percepito come qualcuno che “pretende troppo”. Eppure, accettare qualsiasi condizione pur di lavorare alimenta un circolo vizioso fatto di manodopera sempre più qualificata, sempre meno tutelata e sempre meno pagata, con ricadute sull’intero sistema sociale ed economico.
COSA DICONO GLI STUDI
Negli ultimi anni, diversi istituti internazionali hanno analizzato in modo sistematico l’impatto degli orari di lavoro prolungati e del lavoro festivo sul benessere delle persone. I risultati convergono su un punto chiave: non è il lavoro in sé a essere dannoso, ma il modo in cui viene organizzato e retribuito.
Una ricerca congiunta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’International Labour Organization ha evidenziato che lavorare 55 ore o più a settimana è associato a un aumento significativo del rischio di ictus e malattie cardiache rispetto a orari di lavoro standard. Lo studio mostra come l’esposizione prolungata a carichi di lavoro elevati abbia effetti misurabili sulla salute pubblica.
Le analisi dell’Eurofound indicano inoltre che lavorare in orari non standard, inclusi festivi e weekend, è associato a maggiori difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata. La frammentazione dei tempi quotidiani incide negativamente sulla qualità della vita e sul benessere psicologico.
Dal punto di vista contrattuale, i report dell’International Labour Organization sottolineano come la qualità dell’organizzazione del tempo di lavoro, comprese le compensazioni per lavoro festivo e straordinari, sia una variabile decisiva per ridurre il disagio e migliorare la sostenibilità occupazionale.
I dati della European Working Conditions Survey, sempre di Eurofound, mostrano infine come la percezione di mancanza di tempo personale sia diffusa in molti Paesi europei e colpisca in modo sproporzionato chi lavora con orari prolungati o irregolari.
IL VERO PROBLEMA NON È IL GIORNO, MA IL SISTEMA
Forse, allora, invece di concentrare il dibattito sulle chiusure festive, sarebbe più utile interrogarsi sulle condizioni strutturali del lavoro nel Paese in cui viviamo. Non tanto per tornare indietro, ma per chiederci se il vero problema sia davvero quando si lavora, o piuttosto come e a quali condizioni.
Come ricordava il sociologo ed economista Karl Polanyi, “il lavoro non è una merce come le altre”.
Trattarlo come tale significa ignorare che dietro ogni turno, ogni festività lavorata e ogni straordinario ci sono persone, relazioni e vite che meritano di essere considerate parte del sistema, non un suo effetto collaterale.
Ek.
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