GIOVANI, SMART WORKING E IDEE SBAGLIATE SUL LAVORO

Giovane lavoratore in ufficio durante un meeting e giovane lavoratrice concentrata al computer in smart working da casa
Presenza e lavoro da remoto rispondono a esigenze diverse, soprattutto nelle fasi di crescita professionale.

UNA DOMANDA CHE TORNA SPESSO

Negli ultimi anni una domanda ricorre con una certa insistenza: quante persone sarebbero davvero disposte ad accettare un lavoro senza smart working? E perché, soprattutto tra i più giovani, questa possibilità sembra essere diventata quasi irrinunciabile?

Accanto a queste domande ne emergono altre, più critiche. Si parla di giovani viziati, poco inclini alla gavetta, troppo sicuri di sé. Come se la richiesta di flessibilità fosse il segnale di una mancanza di rispetto verso il lavoro e verso chi li ha preceduti.

Per capire cosa sta succedendo davvero, però, serve tenere insieme dati, contesto e prospettive diverse, evitando di ridurre tutto a uno scontro generazionale.


QUANTI RINUNCEREBBERO A UN LAVORO SENZA SMART WORKING

Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, circa sei lavoratori su dieci in Italia dichiarano che non accetterebbero un nuovo lavoro se non fosse prevista almeno una forma di flessibilità o lavoro da remoto. La percentuale cresce ulteriormente tra i più giovani e tra chi ha già sperimentato lo smart working in modo strutturato.

Questo dato non indica un rifiuto del lavoro, ma un cambiamento delle priorità. Per molte persone, la flessibilità è diventata un indicatore di fiducia, autonomia e modernità organizzativa.

Il lato positivo è che questo orientamento spinge molte aziende a ripensare modelli rigidi e a interrogarsi su come rendere il lavoro più sostenibile. Il rischio, però, è trasformare lo smart working in una condizione non negoziabile anche quando non è funzionale alla crescita professionale.


LO SMART WORKING NON È LA NORMA PER TUTTI

È importante ricordarlo: lo smart working non è disponibile per tutti. Milioni di persone lavorano esclusivamente in presenza, per la natura della mansione o per scelte aziendali.

Allo stesso tempo, la diffusione di modelli ibridi ha aperto nuove possibilità organizzative, migliorando in molti casi la qualità della vita e la produttività. La presenza non è scomparsa, ma è stata affiancata da una maggiore flessibilità.

Il punto di forza è che oggi il lavoro non è più automaticamente sinonimo di presenza costante. Il punto critico è che questa flessibilità non è uguale per tutti e può creare nuove disparità se non viene gestita con attenzione.


PERCHÉ I GIOVANI DANNO TANTA IMPORTANZA ALLO SMART WORKING

Per molti giovani lo smart working non è un capriccio, ma una risposta concreta a stipendi spesso bassi, contratti instabili e costi elevati della vita, soprattutto nelle grandi città.

Ridurre il pendolarismo, organizzare meglio il tempo ed evitare giornate interamente assorbite dagli spostamenti permette di rendere il lavoro più sostenibile anche sul piano mentale. In questo senso, la richiesta di flessibilità è spesso una richiesta di dignità del tempo, non di minore impegno.

Il lato positivo è che questa attenzione all’equilibrio ha portato al centro temi come benessere, salute mentale e produttività reale. Il rischio è che, se assolutizzata, la flessibilità diventi l’unico metro di giudizio per valutare un’esperienza lavorativa, anche quando la presenza ha un valore formativo.


L’APPRENDIMENTO CHE NON SI TROVA NEI MANUALI

C’è però un aspetto che spesso viene trascurato, soprattutto quando si parla di lavoro da remoto all’inizio di un percorso professionale. Lavorare in presenza, soprattutto all’interno di un team, permette di apprendere una quantità enorme di informazioni che non sono scritte da nessuna parte.

Ascoltare le conversazioni degli altri, osservare come si gestisce una riunione difficile, capire perché un collega è in ritardo su una consegna o perché un’intera mattinata viene assorbita da un’emergenza improvvisa sono elementi che aiutano a leggere il contesto. Sono dinamiche che difficilmente emergono in una call o in una chat.

Chi lavora sempre da solo rischia di perdere questo apprendimento informale. Può succedere, ad esempio, di inviare un sollecito via mail senza sapere che il team è bloccato da ore su un problema urgente. In ufficio, spesso, queste cose si colgono semplicemente ascoltando o osservando l’ambiente.

Questo non significa che il lavoro da remoto sia “sbagliato”, ma che nelle fasi iniziali della carriera la presenza può funzionare come una scorciatoia di apprendimento, permettendo di comprendere più velocemente non solo cosa fare, ma come e perché le cose vengono fatte in un certo modo.


SPROCCHIOSI O PIÙ ABITUATI A PARLARE? IL CONFINE DEL RISPETTO

È vero che le nuove generazioni sono più abituate a esprimersi, a fare domande e a mettere in discussione. Questo è un valore, perché ha reso molti contesti lavorativi più aperti e meno silenziosi.

Il confine, però, è sottile. Quando l’abitudine a parlare scivola nella mancanza di rispetto, il dialogo si interrompe. Nel lavoro, piaccia o no, le gerarchie esistono. Non solo per esercitare potere, ma per riconoscere esperienza e responsabilità.

Un dirigente o un direttore spesso porta con sé decenni di decisioni, errori e pressioni. Trattarlo come un pari grado “fino a prova contraria” può essere percepito non come spirito critico, ma come arroganza.

Il punto positivo è che oggi si ha meno paura di esprimersi. Il punto critico è ricordare che contesto, tono e ruolo contano, e che il rispetto non è in contrasto con il confronto.


GAVETTA, RISPETTO E NUOVE ASPETTATIVE

Quando si parla di gavetta, il nodo centrale non è se sia giusta o sbagliata, ma come viene vissuta e guidata. Per chi è all’inizio, la gavetta dovrebbe essere un periodo di osservazione attenta, di ascolto e di comprensione delle dinamiche prima ancora delle procedure.

Un consiglio concreto per chi entra oggi nel mondo del lavoro è questo: prima di voler cambiare le regole, è utile capirle davvero. Non per sottomissione, ma perché conoscere i meccanismi interni permette di incidere in modo più efficace e credibile.

Allo stesso tempo, per chi guida team o ricopre ruoli di responsabilità, la gavetta non può più essere lasciata all’implicito. Rendere esplicito il contesto, spiegare le scelte e condividere le priorità aiuta a evitare incomprensioni e frustrazione.

La gavetta funziona quando è esposizione graduale alla complessità, accompagnata da spiegazioni e feedback. Non quando è semplice resistenza.


UNA QUESTIONE DI ADATTAMENTO, NON DI SCHIERAMENTI

Ridurre il dibattito a “giovani viziati” contro “aziende rigide” non aiuta. Il mondo del lavoro sta cambiando e sta cercando un nuovo equilibrio.

Lo smart working non è la soluzione a tutto, ma nemmeno il problema. È uno strumento. Funziona quando viene usato con criterio e diventa controproducente quando viene trasformato in ideologia.


FRASE DI CHIUSURA (NUOVA)

Chiudo con una riflessione che tiene insieme tutto ciò che emerge da questo confronto.

Il lavoro non è solo dove lo facciamo, ma come impariamo, come ci relazioniamo e come riconosciamo il valore reciproco. La sfida non è scegliere tra presenza e smart working, ma capire quando ciascuno dei due aiuta davvero a crescere.

Come ricordava Peter Drucker:

“La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”

Ed è forse proprio lì, tra ciò che viene chiesto e ciò che viene percepito, che si gioca il futuro del lavoro.

Ek.

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