COSA FACCIAMO TRA I 27 E I 36 ANNI INFLUENZA IL MODO IN CUI INVECHIEREMO

Due uomini della stessa età camminano insieme mostrando come abitudini diverse influenzano il modo di invecchiare
Le scelte quotidiane, ripetute nel tempo, possono portare a percorsi di invecchiamento molto diversi.

UN’ETÀ DI MEZZO CHE NON SEMBRA DECISIVA

Tra i 27 e i 36 anni succede qualcosa di particolare. Non ci si sente più all’inizio del percorso, ma certamente nemmeno alla fine. È spesso il periodo in cui si inizia a lavorare molto, si cercano stabilità e conferme, si costruiscono relazioni e abitudini che sembrano semplicemente “funzionare” per la vita che si sta conducendo.

È anche l’età in cui, quasi senza accorgersene, si inizia a percepire di essere considerati adulti a tutti gli effetti. Anche se adulti non ci si sente mai davvero, è il momento in cui i più giovani iniziano a chiamarti “signore” o “signora”, e quella parola arriva con un leggero anticipo rispetto all’immagine che si ha di sé.

Ci sono passata anche io, e ho notato spesso che questa fase viene vissuta con una certa leggerezza sul piano della salute. Si rimanda, si compensa, si pensa che ci sarà tempo più avanti per sistemare tutto. Eppure, proprio in questi anni, molte scelte smettono di essere provvisorie e diventano routine. Ed è qui che entra in gioco uno studio finlandese che invita a guardare questa età con occhi diversi.


LO STUDIO FINLANDESE E LA SUA SOLIDITÀ

La ricerca è stata condotta dall’Università di Jyväskylä, in Finlandia, ed è parte di uno dei più noti studi longitudinali europei, iniziato alla fine degli anni Sessanta. I partecipanti sono stati seguiti per oltre quarant’anni, dall’infanzia fino all’età adulta, con raccolte di dati ripetute nel tempo.

Questo aspetto è fondamentale per capire quanto lo studio sia fondato. Non si tratta di un’indagine basata su questionari occasionali o su un periodo limitato, ma di un’osservazione continua delle stesse persone lungo gran parte della loro vita. I risultati più recenti, pubblicati sulla rivista scientifica Annals of Medicine, si concentrano in particolare sulle abitudini tra i 27 e i 36 anni e su come queste si riflettano sulla salute fisica e mentale nella mezza età.

L’obiettivo non era individuare singoli comportamenti “sbagliati”, ma capire come alcune scelte ripetute nel tempo contribuiscano a costruire, lentamente, il modo in cui si invecchia.


COSA EMERGE DALLE ABITUDINI MANTENUTE NEI TRENT’ANNI

Uno dei risultati più chiari riguarda il fumo. Nei soggetti che hanno fumato in modo continuativo in questa fascia d’età, i ricercatori hanno riscontrato, anni dopo, un aumento significativo dei marcatori di infiammazione e un peggioramento dei parametri cardiovascolari. In termini concreti, questo significa arrivare prima a una sensazione di affaticamento e a una minore resistenza fisica rispetto a chi non ha fumato.

Anche il consumo elevato e regolare di alcol mostra effetti precisi. Le persone che mantenevano questa abitudine presentavano, nella mezza età, un metabolismo meno efficiente, maggiori difficoltà nel controllo della glicemia e una maggiore incidenza di sintomi depressivi. Un comportamento che spesso nasce per gestire stress e pressione quotidiana tende, nel tempo, a incidere sia sul corpo sia sull’equilibrio mentale.

La sedentarietà si è rivelata uno dei fattori più impattanti. Chi, tra i 27 e i 36 anni, conduceva una vita prevalentemente inattiva mostrava, anni dopo, una riduzione della forza muscolare e della capacità funzionale. Questo si traduce in una maggiore fatica nelle attività quotidiane e in un corpo che appare meno reattivo già prima della vecchiaia.

Infine, il mantenimento del sovrappeso nel tempo è risultato associato a un aumento del rischio di sindrome metabolica e diabete di tipo 2. Non si parla di variazioni temporanee, ma di una condizione stabile che accompagna per anni e che incide in modo diretto sulla qualità dell’invecchiamento.

Un elemento centrale dello studio è che questi fattori raramente agiscono da soli. Quando più abitudini poco salutari convivono, l’impatto sulla salute futura non si somma semplicemente, ma si amplifica.


COSA CI DICE QUESTA RICERCA SUL CAMBIAMENTO

Una domanda naturale, leggendo questi risultati, riguarda chi ha già superato i 40 o i 50 anni. Lo studio non suggerisce l’esistenza di un punto di non ritorno. Al contrario, sottolinea che molte delle conseguenze osservate dipendono dalla durata delle abitudini più che dall’età anagrafica.

Questo significa che intervenire più avanti nella vita ha comunque valore. Smettere di fumare, muoversi di più o migliorare l’alimentazione dopo i 40 anni non cancella il passato, ma riduce il carico accumulato e migliora le prospettive future. La differenza è che tra i 27 e i 36 anni le abitudini sono ancora relativamente elastiche e più facili da modellare.

Il messaggio non è colpevolizzante, ma realistico. Prima si inizia, maggiore è il beneficio, ma ogni cambiamento resta utile. Molte persone iniziano a riflettere seriamente sulla salute quando compaiono i primi segnali di stanchezza persistente o rigidità fisica. Questa ricerca invita a spostare lo sguardo un po’ più indietro, verso un’età in cui le scelte sembrano meno urgenti, ma sono in realtà profondamente formative.

Pensare al futuro, in questo senso, non significa rinunciare al presente. Significa costruire una quotidianità che possa accompagnare nel tempo senza chiedere il conto tutto insieme.

Come diceva Aristotele:

“Siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un atto ma un’abitudine.”

Ek.

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